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PELLEGRINAGGIO PAOLINO A ROMA
Catechesi ai giovani
San Giovanni, 30 maggio 2009
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1. Cari giovani, l’Apostolo Paolo descrive e ci rivela l’esperienza più profonda della sua vita. È bello per noi accostarci a questi grandi amici di Gesù quando parlano del loro rapporto con Lui. Come è vissuto dunque l’apostolo Paolo? Nel modo seguente: "vivo non più io, ma in me vive Cristo" [Gal 2,20].

L’apostolo ci rivela che si è come spogliato, privato del suo io, di tutto ciò che definisce la sua personalità: dei suoi gusti, del suo modo di pensare, delle sue preferenze. Un altro "io" ha preso il suo posto: l’"io" di Cristo. È Cristo che vive in lui: sono i gusti di Cristo, il modo di pensare di Cristo, le preferenze di Cristo.

È avvenuto in Paolo qualcosa di grandioso: è cambiata la sua identità. Cristo non è pensato, non è seguito come qualcosa di lontano, di estraneo, di assente comunque. È ciò che c’è di più presente, perché è una presenza che invade tutta la persona. Potremmo mettere sulle labbra di Paolo rivolto a Gesù le parole di Romeo rivolte a Giulietta: "io sono tu; tu sei io".

Poiché qualcuno potrebbe interpretare e capire questa prima descrizione che Paolo fa della sua vita in maniera sbagliata, come se fosse una sorta di "invasato" spirituale, egli fa subito un’ulteriore precisazione aggiungendo: "questa vita che vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio".

È come se l’apostolo dicesse: "io vivo come vivono tutti gli uomini: lavoro come fanno tutti; ho amici come hanno tutti; soffro e gioisco come succede a tutti". In una parola: "questa vita che vivo nella carne". E a questo punto fa un’aggiunta di straordinaria importanza: "… la vivo nella fede del Figlio di Dio". Cioè: "vivo l’esperienza di tutti con una profondità, un’intensità, una consapevolezza generate da un fattore nuovo che è in me: la fede del Figlio di Dio". Che cosa significa questo fattore nuovo che l’apostolo chiama "la fede del Figlio di Dio"?

Prestatemi bene attenzione. Gesù il Figlio di Dio è pienamente affidabile. L’assoluta affidabilità di Gesù giustifica che io mi affidi totalmente a Lui. Per mezzo di questo atto di fede Cristo prende possesso di me stesso, così che – dice l’Apostolo - "non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me". Tutta la vita – la vita normale dell’uomo – è vissuta dentro questa presenza di Cristo.

"Ma perché" – potremmo domandare a Paolo – "ti affidi a Cristo, ti consegni a Lui fino a questo punto? che cosa ti fa pensare che Gesù è affidabile fino in fondo, che non ti deluderà?". La risposta di Paolo è la seguente: perché "mi ha amato e ha consegnato se stesso per me". Abbiamo toccato il fondo, cari giovani. Ciò che rende affidabile senza nessuna clausola Gesù è il fatto che "mi ha amato …".

La narrazione di questo fatto merita di essere ascoltata in tutti i suoi particolari.

Notate che l’apostolo non dice "ci ha amati …". Dice: mi ha amato. È un amore che ha come termine la persona nella sua singolarità.

Notate quale è stata la dimostrazione, la prova dell’amore: "ha consegnato se stesso per me". Fate bene attenzione. Nella Bibbia questo verbo significa "dare qualcuno in mano ai suoi nemici", "abbandonarlo al loro potere". È fuori dubbio che Paolo pensa alla passione e morte di Gesù. Ma la cosa singolare è che il verbo ha la forma riflessiva: si è consegnato; si è messo nelle mani dei suoi nemici per essere irriso, umiliato, crocefisso: e questo perché mi ha amato.

Cari ragazzi, l’apostolo vi ha detto tutto di sé. Poiché ha "sentito" che il Figlio di Dio lo ha amato fino al punto da consegnarsi alla più degradante umiliazione, di Lui ci si può fidare totalmente. Ci si può affidare a Lui così profondamente che ormai la vita è vissuta con Lui ed in Lui: Lui prende possesso della persona.

2. Cari giovani, che cosa provate di fronte a questa confidenza dell’apostolo? Forse siete tentati di pensare: è un fatto che riguarda lui; ma a me che cosa può interessare? Non rispondo subito a questa domanda, perché prima vorrei richiamare la vostra attenzione su un fatto della vostra vita.

Sapete che c’è un’esperienza che quanto meno ci fa ricordare, l’esperienza di S. Paolo? È l’amore fra un uomo e una donna. Parlo di un amore vero, bello, pulito, luminoso che ragazzi e ragazze come voi possono vivere o vivono.

C’è in questo amore una confidenza, un affidamento dell’uno all’altro, che trova la sua ragione nel fatto che lui/lei non tradirà mai la tua fiducia. Perché? Perché semplicemente ti ama. E quanto più cresce l’amore e tanto più cresce l’unità dei due. K. Woitila ha espresso questa esperienza nel modo seguente: "ora io devo trovare me stesso in te, se devo trovare te in me stesso. Non comprendi che in questo caso tu non sei del tutto libero? L’amore, infatti, non lascia libertà di volere né a chi ama, né a chi è amato – e nello stesso tempo, l’amore è una liberazione della libertà, perché la libertà solo per sé sarebbe orribile" [cit. da Persona e atto, Bompiani, Milano 1989, pag. 727].

Ma ora ritorniamo a S. Paolo. Egli ci ha detto la sua esperienza non semplicemente per informarci su qualcosa che è capitato a lui. Egli racconta questa vicenda alle comunità dei suoi fedeli, perché ogni discepolo del Signore è chiamato a vivere questa esperienza: la stessa esperienza. Anche ciascuno di voi può incamminarsi su questa strada.

Richiamiamola in sintesi. L’apostolo – il cristiano è stato attraversato da una luce, come un fulmine che lo ha ferito: Gesù mi ha amato fino al punto che è morto per me. Ma allora l’apostolo – il cristiano si rende conto che Gesù è uno di cui si può fidare senza nessuna preclusione e quindi si consegna totalmente a Lui. Cioè: si fida di ciò che dice Gesù e cerca di osservare la sua parola: vede quali sono i gusti, le preferenze di Gesù, il suo modo di pensare e cerca di essere come Lui. In poche parole: l’apostolo – il cristiano dice: "non io vivo in me, ma Cristo vive in me".

L’apostolo – il cristiano vive la sua vita normale: lavora o va all’università; comincia ad amare una ragazza; va a divertirsi. Ma studio, lavoro, amore di una donna, divertimento diventano il segno, l’espressione della presenza di Cristo in lui.

Tutto questo non è cosa di un giorno, e neppure di qualche anno. È cosa di una vita intera.

E l’inizio di questo processo è già stato posto in voi col sacramento del Battesimo. In esso Gesù vi ha già legati a Sé. Ora si tratta di far crescere questa presenza, questo legame.

La crescita, cari giovani, può avvenire solo se siete piantati in un terreno adatto. Ne esiste uno solo: la Chiesa. È in essa che voi siete introdotti sempre più in un rapporto personale con Gesù.

Il cristianesimo è questo! E quando Cristo sarà tutto in tutti ed in ciascuno, allora il Padre ha ascoltato la nostra preghiera: "Padre … venga il tuo Regno".

Finisco con una frase stupenda di S. Tommaso: "All’amore consegue necessariamente la gioia. Ogni amante gode a causa della sua unione con l’amato" [2,2, q.28, a.2, ad 3um].